Perché abbiamo bisogno del Web 3.0

Gavin Wood, cofondatore di Ethereum, spiega perché l’internet di oggi non funziona e come possiamo migliorarlo in futuro.

Sono passati più di quattro anni da quando ho coniato il termine “Web 3.0”. Allora per me la questione era chiara: Ethereum, la piattaforma che ho cofondato, avrebbe permesso alle persone di interagire con vantaggi reciproci senza doversi fidare l’una dell’altra. Grazie a tecnologie per lo scambio di messaggi e la pubblicazione di dati, speravamo di costruire un internet peer-to-peer che avrebbe permesso agli utenti di fare tutto quello che è possibile oggi, con l’eccezione che non ci sarebbe stato nessun server o autorità a controllare il flusso di informazioni.

In questo periodo, tra componenti chiave che ancora mancano o non funzionano adeguatamente, la scalabilità ancora insufficiente e molti progetti che soffrono per problemi di compatibilità, non mi è sempre facile intravedere la luce alla fine del tunnel, o capire come ci arriveremo. Nonostante tutto, i punti fondamentali non sono cambiati: la Centralizzazione non è socialmente sostenibile nel lungo termine e l’amministrazione pubblica è troppo impacciata per risolvere i problemi che presenta.

Cosa c’è di sbagliato oggi nel web? In poche parole, è un bambinone. È invecchiato senza essere maturato. Nonostante collegare gli angoli più remoti del pianeta con una rete di trasmissione di pacchetti e una piattaforma hypertext sia una conquista incredibile, il web è stato corrotto dal suo stesso successo.

L’internet di oggi è compromesso a livello concettuale

Se guardiamo indietro agli anni 90, internet era un posto molto diverso. Google era ancora un dominio .org, uno dei più accaniti monopolisti di tutti i tempi definiva il software open-source un “cancro” e i termini “information superhighway” e “internet addict” guadagnavano popolarità tra i nuovi adepti. Le persone (o meglio, adolescenti come me) gestivano ancora i propri siti e server email e la “neutralità della rete” era discussa solo da pescatori alla ricerca di un nuovo peschereccio. La trama di internet doveva ancora essere deformata dall’anatomia della società. Si trattava di un sistema che rifletteva le sue radici accademiche e amatoriali, ancora piuttosto scarno e alla ricerca del suo massimo potenziale.

Nei 20 anni successivi, il “World Wide Web” avrebbe cambiato la natura della società, questo lo sappiamo. Tuttavia, l’architettura tecnica rudimentale di internet non ha potuto prevenire i cambiamenti che stavano arrivando dalla direzione opposta: la società era destinata a imprimersi a sua volta sul web.

La tecnologia spesso riflette il passato. Si comporta in linea con i paradigmi passati, solo che è più veloce, più violenta, più performante, o più forte di prima. Con la messa online dell'economia globale, le strutture sociali preesistenti sono state riproposte. In parte è grazie al web che abbiamo le moderne disparità tra ricchi e poveri, potenti e inermi, saggi e malinformati.

L’internet di oggi è compromesso a livello concettuale. Vediamo ricchezza, potere e autorità messi nelle mani di persone avare, megalomani o semplicemente cattive. I mercati, le istituzioni e le relazioni di fiducia sono state trasferite su questa nuova piattaforma con densità, potere e soggetti in carica diversi, ma con le stesse vecchie dinamiche.

Prendiamo ad esempio come paghiamo online. Nel Web 2.0 non abbiamo l’autorizzazione vera e propria di pagare. In realtà quello che facciamo è contattare un’istituzione finanziaria perché paghi a nome nostro. Il sistema non si fida di lasciarci pagare qualcosa di innocuo come una bolletta dell’acqua. Siamo trattati come bambini che devono chiedere l’aiuto dei genitori. Se vogliamo contattare un nostro amico online, con ogni probabilità’ dobbiamo affidarci a Facebook perché consegni il messaggio.

La tecnologia spesso riflette il passato… Con la messa online dell'economia globale, le strutture sociali preesistenti sono state riproposte.

I giganti che gestiscono questi servizi, spesso fondamentali per le nostre vite e il nostro lavoro, non hanno (ovvie) intenzioni malvagie, ma non si comportano neanche con benevolenza o seguendo dei principi. Queste compagnie guadagnano sulla nostra fedeltà, dandoci in pasto le nostre informazioni e togliendocele quando più conviene a loro.

La maggior parte di noi non teme incursioni da parte del governo o di corporazioni nelle nostre vite, ma ci sono casi ben documentati dove i loro interessi non erano allineati con i nostri. Prendiamo ad esempio Wikileaks. Nel 2010 un giornalista ampiamente rispettato è stato tagliato fuori da importanti istituzioni finanziarie, come PayPal e Visa, senza alcuna base giuridica dopo aver pubblicato informazioni di pubblico interesse. Se avessimo voluto fare una donazione perfettamente legale a Wikileaks, non avremmo potuto.

Con una così grande quantità di dati globali convogliati attraverso così pochi cavi e in assenza di protocolli open-source, la nostra società sempre più digitale continuerà a essere alla mercé di “autorità” disoneste che operano sia dall’interno (come la presunta interferenza della Russia durante una delle ultime elezioni Americane) che dall’esterno. Coloro che desiderano proteggere l’ordine mondiale pacifico e liberale stabilito nel dopoguerra devono rendersi conto che l’odierna architettura digitale amplificherà i problemi della società, non li diminuirà’.

Il Web 3.0 è composto da protocolli inclusivi che forniscono agli sviluppatori le basi per lavorare. Queste basi sostituiscono le tradizionali tecnologie della rete come HTTP, AJAX e MySQL, presentando una maniera completamente nuova di creare applicazioni. Queste tecnologie offrono all’utente garanzie forti e verificabili sulle informazioni che ricevono, che condividono, su quanto stanno pagando e guadagnando in ritorno. Dando agli utenti il potere di decidere per se stessi all’interno di mercati a bassa barriera d’ingresso, possiamo garantire che censura e monopolizzazione abbiamo pochi posti in cui insinuarsi. Considerate il Web 3.0 come una Magna Carta eseguibile: “il fondamento della libertà dell'individuo contro l'autorità arbitraria del despota".

Se la società non dovesse adottare i principi del Web 3.0 per la sua piattaforma digitale, corre il rischio di continuare a venir corrotta e alla fine di capitolare, esattamente come il sistema feudale del Medioevo o il comunismo sovietico si sono provati impraticabili nel mondo delle democrazie moderne.

L’adozione del Web 3.0 non sarà mai né veloce né priva di ostacoli. Con gli interessi estremamente radicati che controllano gran parte della nostra vita digitale e spesso allineati tra legislatori, governi e monopolisti della tecnologia (considerate come il programma Prism dell’NSA ha reclutato l’aiuto di Facebook e Google), alcune giurisdizioni potrebbero persino tentare di rendere illegali i componenti della nuova rete. La Russia ha già dichiarato illegale il bitcoin e il Regno Unito ha espresso il (ridicolo) desiderio di bandire la crittografia avanzata.

Il Web 3.0 è composto da protocolli inclusivi che forniscono agli sviluppatori le basi per lavorare. Queste basi sostituiscono le tradizionali tecnologie della rete… presentando una maniera completamente nuova di creare applicazioni.

Alcuni aspetti del Web 3.0, inclusi bitcoin e il protocollo IPFS (InterPlanetary File System), si affermeranno per primi, probabilmente in aree di nicchia, proprio come Linux ha inizialmente trovato slancio “in incognito” nei ripostigli dei server. Col maturare della tecnologia e con l’inevitabile rallentare dell’innovazione da parte di grandi compagnie che trattano i loro prodotti come vacche da mungere (per esempio Microsoft), i vantaggi del Web 3.0 aumenteranno. Non sarà possibile rendere illegale il Web 3.0 proprio come non è stato possibile bandire Uber, Airbnb, Grindr e Wikipedia.

Dal punto di vista dell’utente, il Web 3.0 apparirà quasi identico al Web 2.0, almeno all’inizio. Ci saranno le stesse tecnologie per la visualizzazione: HTML5, CSS, eccetera. Nel back-end, tecnologie come Polkadot, il protocollo inter-chain sviluppato da Parity, connetteranno vari ambiti tecnologici in un’unica economia e un unico “movimento”.

Useremo i browser internet, ma potrebbero essere ribattezzati “wallets” o “key stores”. I browser (e altri componenti come wallet hardware) rappresenteranno i beni e l’identità online di una persona, permettendole di pagare o provare la sua identità senza bisogno di ricorrere a una banca o un servizio di verifica dell’identità. Garanti, assicurazioni, servizi di backup e simili avranno ancora un ruolo nella nuova rete, ma i loro compiti saranno standardizzati e le loro attività saranno verificabili. Con questi fornitori di servizi costretti a competere in un mercato globale, aperto e trasparente, utenti saranno esonerati dall'imposizione dei prezzi e dalla ricerca di rendita.

Il Web 3.0 darà vita a una nuova economia digitale globale, creerà nuovi modelli di business e nuovi mercati, farà saltare i monopoli di piattaforme come Google e Facebook dando vita a numerosi livelli di innovazione dal basso verso l’alto. I governi avranno molte più difficoltà a perpetrare colpi bassi alla nostra privacy e alla nostra libertà, come ad esempio data trawling, censura e propaganda.

Per essere chiari, non è possibile prevedere quando il primo successo del Web 3.0 si materializzerà e diventerà apparente. Così come è successo durante lo sviluppo del primo internet, il percorso potrebbe misurarsi in decenni anziché mesi. Tuttavia, quando il Web 3.0 emergerà, darà un significato completamente nuovo al concetto di “Era Digitale”.

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ScrawnyPetauroPost author

📣 MarCom for Odyssey, ✍️ wannabe writer, 🕸️ web 3.0 believer, 🫑ethical vegan, 🏍️ biker, 🦄 unicorn seeker.

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